Storia Passata

cascina biblioteca passata

Questa storia comincia tanti e tanti anni fa, ma così tanti che si fa fatica a contarli; siamo nel pieno del medioevo, quattro secoli prima di Leonardo ed il suo Rinascimento, e anche tre secoli prima del divino Dante. Milano è solo un villaggio, che la sera si chiude dentro le sue mura. Fuori solo campi, ed oltre i campi per chi esce da porta orientale (quella che oggi voi chiamate porta Venezia) le terre del Lambro. Terre dure, che non sono ancora state domate: selve, paludi, briganti e fiere; non un posto da uomini per bene, insomma. Bastano i nomi dei luoghi a dare un’idea; Monluè per esempio; dove voi uomini di oggi andate a prendere l’aereo, un tempo sorgeva Mons Luparium, il monte dei lupi. Qui però c’è anche qualcosa di molto prezioso: l’acqua. L’acqua del fiume, prima di tutto. Da poco è stato inventato il mulino, che ha sprigionato energie enormi. Non è più la fatica dell’uomo a fare il lavoro, non sono più il bue od il cavallo: ora è l’acqua che muove le ruote. Ruote per fare ogni cosa: per macinare il grano, per tagliare i tronchi, per pilare il riso, per follare la lana, per lavorare il metallo. Sei secoli più tardi, la macchina a vapore cambierà il vostro mondo: ora il mulino sta cambiando il nostro. Ma c’è anche l’acqua della terra, quella che la impaluda e la rende non coltivabile. E dire che sarebbe vita per i campi, se solo la si potesse controllare. Il segreto lo scoprono i monaci. I Cistercensi ne portano il merito, ma qui intorno furono sopratutto degli altri frati, vesti nere e mani abituate al lavoro. Sono gli Umiliati, che rivoluzionano l’agricoltura: con i fontanili regimano le acque bonificando la terra, con le marcite usano quelle stesse acque per moltiplicare la produzione dei campi. In breve tutto cambia: dalle terre lungo il lambro non si scappa più: dovunque nascono mulini e cascine; uscire da porta orientale non fa più paura. Ma sui campi tante sono le schiene curve, pochi i padroni. Ognuno organizza le sue genti in comunità agricole, che noi chiamiamo Grangie. Lungo il fiume ce ne sono molte, ed i loro nomi disegnano i confini del nostro mondo, molto prima che Colombo e Marco Polo allargassero il vostro. Monluè appunto, e Cavriano, e Casanova, e poi la più grande di tutte, la grangia di San Gregorio, e a nominarla ancora il cuore mi sobbalza: dal molino del tuono fino all’acquabella tutta una terra e campi e molini e cassine, e in capo a tutti un solo proprietario, l’Ospedale del Brolo, il più antico di Milano. Non sono tempi facili per nessuno, morire di vecchiaia nel proprio letto è un privilegio per pochi, e trovare qualcuno che si curi dei malati sembra un segno della provvidenza. Chi guarisce è ben contento di ricordare l’Ospedale nel proprio testamento; chi muore fa altrettanto per guadagnarsi un posto in paradiso. In breve grazie a questi lasciti il patrimonio di terre del Brolo continua a crescere, ed altrettanto accade per gli altri ospedali sorti nel frattempo. Ma l’efficiente Milano non può lasciare al caso un settore importante come la sanità; le autorità cittadine decidono di accorpare tutti questi istituti. Nasce l’Ospedale Maggiore (siamo alla fine del XV secolo). Uno dei primi compiti degli amministratori è quello di mettere ordine nell’immenso patrimonio fondiario posseduto. Alcune terre vanno vendute per comprarne altre razionalizzando le proprietà. Tra i fondi sacrificati, c’è San Gregorio. Dopo tre secoli di storia comune, le varie cascine vengono divise tra diversi proprietari. I nuovi padroni hanno nomi importanti. Alcuni beni finiscono alla famiglia Biumi, altri alla famiglia Marliani. Meno di cent’anni prima Lucia Marliani – la donna più bella di Milano – era stata l’amante di Galeazzo Sforza, che in pegno del suo folle amore le aveva regalato il feudo di Melzo e Gorgonzola. Da allora molte cose erano cambiate, ma il nome del casato contava ancora parecchio. In particolare i Marliani sono interessati alla parte più orientale della Grangia di San Gregorio, lì dove sorge la cascina del Santo Gallo. Che vogliano farne una residenza di campagna o piuttosto un avamposto del loro feudo verso Milano non lo sappiamo e in fondo non ci interessa nemmeno, perchè la loro presenza nella nostra storia è solo temporanea. E’ un altro il personaggio che stiamo aspettando, e questo arriva agli inizi del seicento. Federico Borromeo è il suo nome, e a descriverlo non si sa da dove cominciare. Cardinale di Milano, cugino di San Carlo, personaggio manzoniano, mistico asceta illuminato: Federico giganteggia sul suo secolo ed è difficile non restarne affascinati. In breve, il Cardinale in visita pastorale attraversa i nostri luoghi, vede la piccola residenza di campagna con cascina annessa e se ne innamora. Sta cercando un luogo in cui ritirarsi lontano dalle distrazioni cittadine per seguire i suoi pensieri. Questo posto ha lo spirito giusto, deve essere suo. Lo vuole al punto da indebitarsi per comprarlo – nonostante sia un Borromeo, non è mai stato capace di fare i conti e spesso si trova in difficoltà. Qui Federico viene a meditare e sopratutto a scrivere i suoi tanti libri. Uno, “il de villa gregoriana”, lo dedica proprio alla sua dimora di campagna cantando il piacere del vivere semplice rispetto agli sfarzi di città. Qui – durante la peste “manzoniana” crea un ostello per gli sbandati che fuggendo da Milano vagano per le campagne. Qui si ritira per scrivere l’orazione che dovrà tenere in Duomo per ringraziare il Signore alla fine dell’epidemia. Ma se la città è salva, non lo è il suo cardinale. Quell’orazione non verrà mai letta, perchè mentre è in villa Federico si sente male; i medici lo riportano a palazzo ma non c’è più nulla da fare. Eppure neanche la morte spezza il legame con la villa gregoriana. Ci sono uomini che sanno guardare avanti, e Federico nel farlo aveva visto una cosa che ancora non esisteva: una grande biblioteca pubblica dove i libri siano a disposizione di tutti. Questo sogno diventa l’Ambrosiana, la prima biblioteca moderna al mondo, che Federico dona alla sua città. Ma creare una raccolta di libri non basta; la sua opera deve essere qualcosa di vivo, capace di crescere nel tempo e di produrre cultura. Per questo ci vogliono però entrate sicure e permanenti, qualcosa cioè che produca reddito. Federico scrive e riscrive decine di volte il suo testamento, e sempre il pensiero fisso è assicurare lunga vita alla biblioteca. Ed ogni volta, ad ogni riscrittura, il punto fermo è uno: a finanziare l’Ambrosiana saranno le rendite delle sue terre di San Gregorio. Ecco il legame eterno che supera la morte: la villa tanto amata in vita si prenderà cura della sua creatura. Gli amministratori dell’Ambrosiana però sono più abituati alle raccolte di libri che ai raccolti dei campi e non sanno niente di come gestire una proprietà agricola. Ma di nuovo è lo spirito del luogo che si impone e rimette tutto a posto, questa volta nelle vesti della famiglia Cassina, i nuovi fittavoli appena stabilitisi su queste terre e che vi rimarranno per generazioni e generazioni, fino alle soglie del ‘900. Tre secoli dura il dominio dell’Ambrosiana sulla cascina che oggi voi chiamate Biblioteca, trecento lunghissimi anni vissuti come se fossero fuori dal tempo. Certo le cose cambiano, la città prima così lontana man mano si avvicina, e persino la villa – mai più abitata perchè il Cardinale per troppo amore sfociato quasi in gelosia aveva voluto così – finisce diroccata tanto che a metà ottocento viene abbattuta e con i materiali di recupero si costruiscono le due nuove ali della Cascina, ma a passeggiare tra i campi verso sera sembra di vedere ancora Federico incantato a guardare i pesci che guizzano nel suo fontanile. La storia però non si può fermare, chè lei bussa prima o poi a tutte le porte, e se non le aprono bussa più forte. Nel nostro caso è la guerra a rompere l’incantesimo. Siamo ormai nel 1941, perfino gli amministratori dell’Ambrosiana devono prendere atto che il mondo è cambiato. Federico non abita più qui, servono soldi, la terra si fa prima a venderla che a coltivarla. Ma lo spirito del luogo ancora non si arrende, e questa volta torna nella persona del Conte Orsi Mangelli. Il conte rappresenta il nuovo mondo, è un imprenditore di successo grazie ad un simbolo della modernità, il nylon (suo è il marchio Omsa), però non è uno speculatore, non vuole la terra per violentarla con fabbriche e capannoni ma per i suoi frutti. Gliene serve uno in particolare, che con questi luoghi ha un legame speciale: il fieno. Il conte stravede per l’ippica, sta organizzando a Milano la più grande scuderia italiana ed ha bisogno di approvvigionamenti continui e fidati per i suoi campioni. Gli consigliano Cascina Biblioteca, dove il fieno cresce così abbondante e ricco grazie ai suoi fontanili ed alle sue marcite. Ecco, sono passati quasi mille anni dalle fatiche di quegli uomini che per primi bonificarono queste terre, ma il loro segno è ancora indelebile. Il resto è storia di oggi, col Comune di Milano che piano piano ricompra tutte le cascine della zona, riportando infine l’antica Grangia di san Gregorio sotto un unico proprietario. Per ognuna si trova un fine sociale; in cascina Biblioteca arriva Anffas e tutte le organizzazioni che intorno a lei operano per aiutare le persone a trovare attraverso l’umiltà del lavoro la loro vera grandezza: in fondo, forse è questo lo spirito del luogo.